Prima dell’avvento delle macchine, il lavoro agricolo era estremamente pesante e manuale, uguale per secoli forse millenni.
La manodopera non mancava perchè tutti davano il loro contributo in base alle capacità e alla forza. Anche i bambini di 8/9 anni erano piccoli braccianti e si prendevano cura degli animali al pascolo. Frequentavano la scuola fino alla terza elementare, pochi arrivavano al diploma di quinta.
Il lavoro seguiva la stagionalità, dopo il raccolto estivo e la trebbiatura si preparava la terra pe la nuova semina. Si sfruttavano tecniche come la rotazione delle colture (es. quadriennale) e il maggese per riposare il terreno e mantenerne la fertilità. Gli attrezzi erano semplici e fatti a mano con l’utilizzo di legno e ferro.

Il legno non veniva coltivato, ma cresceva abbondante vicino al paese, e una selezione accurata delle piante da abbattere garantiva il naturale rinnovo del bosco. Con grandi sforzi si creavano piccoli appezzamenti di terreno coltivabile, estirpando le piante più esterne. Il taglio degli alberi avveniva rigorosamente in luna calante, durante l’autunno e l’inverno, quando le piante non germogliavano e i campi erano a riposo, quindi privi di necessità di manodopera. Dopo l’abbattimento, la pianta veniva sezionata per produrre assi e travi, un lavoro svolto dai segantini che utilizzavano un grande segone azionato da due persone, una per lato. L’utilizzo del legno avveniva solo dopo un’attenta stagionatura.

La parte dei rami era altrettanto importante. La più piccola era raccolta in fascine da ardere nella stufa e nel forno, i rami medi e dritti, una volta scortecciati e lisciati, diventavano manici per zappe, forche, pale, pezzi per aratri, carri e vari attrezzi agricoli, pioli per scale e gambe per sedie. I rami di giunco e di salice molto flessibili, abilmente intrecciati, diventavano ceste di varie dimensioni, valli per la pulitura dei cereali e gabbie per il fieno (gabion). I tronchi vuoti dei castagni erano usati come arnie per le api per produrre miele.


Per lavorare il legno ci si appoggiava su un robusto banco dotato di una morsa di ferro e si usavano attrezzi come seghe, scalpelli, pialle di varie dimensioni, squadre, lime, raspe, trapani. I falegnami si spostavano di paese in paese e costruivano credenze, letti, armadi in loco. Invece la manutenzione e la costruzione degli attrezzi era un’attività invernale praticata dai contadini stessi che, nell’economia dell’autosufficienza, si improvvisavano abili falegnami.

La costruzione degli attrezzi richiedeva l’impiego del ferro. Il ferro veniva forgiato a mano dal fabbro presente proprio in questo paese (professione tramandata di padre in figlio). Scaldava il metallo sul fuoco (fucina o ”vzena”) ravvivato dal mantice, con l’uso di una grossa tenaglia, lo batteva ancora rovente, con il martello sull’incudine per modellarlo, piegarlo e sagomarlo. Creava tutti classici attrezzi come zappe, vanghe, falci, vomere, parti dei carri, ruote ma anche cerchi per le botti, inferriate, cancelli, ringhiere, chiodi, serrature… tutto in forma grezza ma molto funzionale.

Attrezzi agricoli e tecniche di base
Preparazione del terreno: Nell’orto si usavano zappe, vanghe, picconi per smuovere la terra. Nei campi si usava l’aratro trainato dai buoi legati tramite il giogo. Attraverso la sua pesante lama, il vomere, e la punta di ferro, lo scalpello, il terreno veniva tagliato in profondità e ribaltato. L’aratro più antico era costruito in ferro e legno, mentre in seguito divenne interamente in ferro.



Le pietre e i sassi che emergevano venivano raccolti a mano con un faticoso lavoro e talvolta raggruppati in piccoli muretti per delimitare i confini. I piccoli appezzamenti spesso erano senza soluzione di continuità tra proprietari diversi e ciò portava talvolta a liti per stabilire l’esatto confine. Le recinzioni in legno erano presenti quando si volevano lasciar pascolare gli animali senza custodia.
Dopo l’aratura, il terreno veniva sbriciolato e compattato tramite l’erpice che, con un telaio in legno e denti in ferro, preparava il letto di semina.

Semina
Il seme si spargeva a mano. Si usava una sacca di iuta o un cesto di legno a braccia “u quartà” per contenere il seme.

Mietitura
I cereali (grano, avena, orzo) venivano raccolti a mano. Era una fase molto delicata in quanto era necessario individuare il momento in cui i chicchi avevano raggiunto la massima maturazione, erano secchi senza però cadere a terra e il clima era abbastanza stabile da non minacciare pioggia che, se caduta sui covoni, li avrebbe fatti marcire. Durante la mietitura, i contadini si recavano nei campi all’alba e, con i falcetti, tagliavano alla base gli steli maturi e li raccoglievano in covoni. Avevano l’abilità di formare dei lacci con un mazzetto di steli e annodarli in modo che nel covone non fosse presente nessun materiale estraneo e potesse essere completamente utilizzato. La trebbiatura che separava i chicchi dalla paglia veniva effettuata nelle aie dopo che i covoni erano perfettamente asciugati e seccati. Queste erano attività che venivano eseguite con la collaborazione di tutto il paese e la fine della trebbiatura diventava una festa per grandi e bambini. I cereali venivano poi spostati con apposite pale in legno e conservati prima in mucchi in stanze adatte poi in ampi cassoni in legno posti in luoghi freschi.

Falciatura
L’erba era falciata a mano tramite una lunga falce. Veniva lasciata essicare sul campo e poi raccolta ed ammucchiata tramite i rastrelli e le forche. Veniva poi conservata nei fienili per l’alimentazione degli animali in inverno.

Trasporto
Si utilizzavano slitte di legno o carri trainati da animali (solitamente buoi) per spostare fieno, grano, legname e altri materiali. I buoi erano uniti da un pesante giogo in legno con finimenti in cuoio a cui veniva agganciata una stanga “timone” unita al carro da trainare.

Allevamento
Tutte le famiglie possedevano animali: galline, conigli, maiali, pecore e mucche, che richiedevano cure costanti. In particolare, le mucche necessitavano di attenzione quotidiana, poiché dovevano essere munte almeno due volte al giorno e, durante l’inverno, alimentate con il foraggio conservato nelle cascine. Inoltre, la stalla veniva regolarmente pulita dal letame, utilizzato poi per fertilizzare orti e campi. Nella bella stagione, gli animali venivano portati al pascolo nei prati e nei boschi, dove brucavano erbe pregiate che donavano al latte e ai formaggi un sapore unico. Al pascolo, le mucche erano dotate di campanacci dal suono distintivo per poterle riconoscere anche quando si allontanavano e non erano più visibili. Era un lavoro che non conosceva pause o festività, impegnando ogni giorno dell’anno.
La vigna
La zona sottostante il paese, situata a un’altitudine più bassa, un tempo era interamente coperta da vigneti. Oggi si presta maggiore attenzione alla qualità del vino prodotto, per questo l’esposizione del crinale a ovest non è più considerata vantaggiosa e sono rimaste solo piccole vigne coltivate da appassionati. In passato, però, la coltivazione della vite per la produzione del vino era una tradizione diffusa. Il vino ottenuto aveva una gradazione piuttosto bassa, ma era completamente biologico, con profumi e sapori molto caratteristici. Grazie alla bassa gradazione, veniva consumato in grande quantità e portato nei campi in fiaschi per dissetarsi durante le calde giornate estive.
La vigna richiedeva molte cure: la potatura veniva effettuata tra febbraio e marzo con grosse cesoie (i rami potati venivano raccolti in fascine e utilizzati come carburante per il forno); i tralci venivano legati alla struttura con una leggera torsione per favorire lo sviluppo dei germogli; si praticava la potatura verde per eliminare i succhioni. Durante l’estate la vigna veniva trattata con zolfo e verderame per proteggerla dai parassiti, utilizzando un irroratore a manovella portato a spalla.
In autunno si raccoglievano i grappoli, che venivano pigiati a piedi nelle navazze; il mosto così ottenuto veniva posto a fermentare nei tini. Le vinacce venivano poi spremute con il torchio, mentre il mosto veniva lasciato maturare nelle botti di rovere per trasformarsi in vino. Anche le botti e gli attrezzi per la vinificazione erano interamente realizzati a mano. La costruzione delle botti richiedeva un lavoro sapiente e paziente: per la loro forma caratteristica venivano utilizzate assi molto spesse, segate fin dall’inizio con una leggera curvatura, sagomate a vapore e assemblate con cerchi di ferro.

Con l’avvento della meccanizzazione, nel dopoguerra ma soprattutto dagli anni settanta, il lavoro agricolo cambiò completamente, divenne meno pesante, ma, proprio l’industrializzazione che richiedeva meno manodopera agricola e, nel contempo, creava nuovi posti di lavoro nell’industria, pose le basi per lo spopolamento delle valli, soprattutto quelle più impervie.
