Un tempo, anche se oggi la produzione di cereali nella zona non è più considerata economicamente vantaggiosa, venivano coltivati soprattutto grano e mais, oltre a orzo e avena.
Frutto di un lavoro che durava un intero anno, dopo la trebbiatura e l’essiccazione, i cereali venivano separati dalle impurità sia tramite il “crivello” — un grande setaccio condiviso da tutto il paese — sia manualmente con il vaglio, chiamato “vallo” nel dialetto locale. Questo strumento, realizzato in salice o vimini intrecciati a forma di conchiglia con base piatta e bordi rialzati lateralmente e posteriormente, era dotato di due manici. Con abilità, il grano veniva posizionato nella parte anteriore ribassata del vaglio e, attraverso movimenti sapienti, veniva sollevato permettendo al flusso d’aria di eliminare le impurità più leggere.

Conservati in ampi cassoni chiusi “bancali” in cui venivano inseriti con apposite pale, i cereali venivano poi macinati ad un mulino ad acqua situato sul vicino rio che ancora oggi si chiama Rio del Mulino e in seguito a pochi km da Bazzini (loc Roncoli). La burattatura separava la crusca (usata per l’alimentazione degli animali) dalla farina. Questa farina era molto più nutriente di quella attuale in quanto veniva privata solo della crusca e non delle altre sostanze presenti.

Un’altra farina molto nutriente era quella ricavata dalle castagne essiccate sui graticci. La polenta di castagne e il castagnaccio hanno nutrito intere generazioni.
La “farinera” è un mobile contenitore a cassone, realizzato interamente in legno, utilizzato per conservare le preziose farine. Veniva collocata in un luogo fresco, solitamente una cantina, ideale per una conservazione adeguata, soprattutto perché si trattava di farine più ricche e quindi più deperibili. Per prelevare e dosare la farina si usavano delle eleganti palette in legno.


La madia è un mobile di grande importanza. La sua parte superiore si apre ed è realizzata con una base in legno di pero, un materiale molto duro e resistente ai graffi. Tradizionalmente, e ancora oggi, viene utilizzata per impastare pane e pasta. Qui la farina veniva setacciata progressivamente con filtri sempre più fini per eliminare le ultime impurità, per poi essere impastata con lievito madre e acqua.

Le pagnotte dopo la lievitazione (fondamentale era il calore della stufa soprattutto d’inverno) venivano cotte nel forno scaldato a legna. Una volta pronte venivano ripulite dalle particelle di cenere che potevano rimanere sulla parte inferiore e poste in un’ampia cesta rotonda di vimini “la panera”.
La parte inferiore della madia, organizzata con ampi cassetti e sportelli, fungeva da dispensa. Il pane, infatti, si conservava per un’intera settimana.
