In passato, gli abiti venivano realizzati interamente a mano, con tessuti cuciti e rammendati più volte con grande cura.
Molti indumenti venivano lavorati a maglia utilizzando lana grezza, una risorsa preziosa ricavata dalla tosatura delle pecore. La lana, dopo essere stata lavata, veniva districata con le carde a mano, tavolette coperte di punte metalliche, trasformata in un nastro chiamato “stoppino” e poi filata con il fuso, uno strumento manuale in legno, poi sostituito dal filatoio a pedale.
Anche il colore era autoprodotto attraverso la bollitura del filato in acqua con l’aggiunta di elementi naturali come fiori, foglie, bacche, frutti. Il colore più utilizzato, perchè molto stabile e duraturo era il marrone scuro che era ottenuto dal mallo di noce. Gli abiti “da festa” venivano comprati raramente e dovevano durare anni. Gli abiti da lavoro erano fatti con tessuti robusti, come il fustagno per i pantaloni, perché dovevano resistere a condizioni molto usuranti nel lavoro dei campi o nei boschi. Il tabarro era un capo che non poteva mancare nel guardaroba maschile. Era un grande mantello di lana, quasi sempre di colore nero, ampio e lungo fin quasi ai piedi. Spesso e pesante, gettato sulle spalle e chiuso sotto il collo, avvolgeva e proteggeva dal freddo e dalle intemperie.

Soprattutto in inverno quando le giornate di sole erano molto brevi, finito il lavoro nella stalla, le donne si dedicavano al rammendo, alla cucitura e al ricamo. Mentre la normale cucitura era svolta con aghi e filo grossolano, il ricamo richiedeva minuzia e precisione: erano abilissime a ricamare decori e iniziali sulle lenzuola e su tutti i tessuti che componevano il corredo.

L’introduzione della macchina da cucire avvenne nel secolo scorso. Azionata a manovella o a pedale consentiva di velocizzare molto il lavoro di cucitura. Nella nostra zona, pur non essendo un prodotto di fabbricazione italiana, si diffuse molto la Singer. Non tutte le famiglie potevano però permettersi questo acquisto; in paese una sola famiglia (conosciuta come i “sartu” in quanto sarti da generazioni) era dotata di questo strumento pertanto offriva il servizio di cucitura e i “clienti” arrivavano anche dai paesi vicini. La remunerazione? Pochi soldi, frequentemente prodotti agricoli o uno scambio di servizi.

Oltre agli abiti, anche le scarpe erano realizzate a mano e nel paese c’era un ciabattino. Si utilizzavano il cuoio per la tomaia e per la suola. La lesina permetteva di forare il cuoio, che veniva poi cucito con spago cerato, utilizzando come supporto il piede di ferro o forme in legno di varie misure. Oltre alla lesina, gli attrezzi indispensabili erano il trincetto, i chiodi e il martelletto, necessari sia per la produzione sia per sostituire la suola consumata, rattoppare buchi e rotture, rinforzare la punta e il tacco. Le scarpe dovevano durare il più a lungo possibile e venivano spesso passate da un figlio all’altro.

Nella povertà e scarsità di risorse, i nostri antenati avevano poche scarpe e pochi abiti, ma erano fatti su misura.
