Fino alla seconda metà del Novecento, le case contadine erano prive di impianti idrici e sanitari. L’acqua veniva prelevata esclusivamente da un unico pozzo situato alla fine del paese, ancora esistente. Veniva trasportata con secchi, utilizzando un bastone di sostegno appoggiato sulle spalle, chiamato “u Basro” e simile al giogo degli animali, che permetteva di bilanciare il peso come una bilancia. L’acqua veniva poi conservata in grandi contenitori metallici: secchi, tinozze e bacinelle in metallo zincato. Per l’acqua potabile si utilizzava una piccola botte di legno che ne manteneva la freschezza.
Le tinozze erano inoltre utilizzate per il bucato: nel primo passaggio era ammollato con un’ acqua in cui era bollita la cenere (lisciva), nei successivi era strofinato energicamente sui lisci pietroni e poi risciacquato al vicino rio e, più recentemente, alla fontana/lavatoio.
Il lavandino di graniglia o pietra era inserito nella cucina. Non aveva un rubinetto per l’ingresso dell’acqua e il suo scarico era un semplice tubo che finiva all’esterno.
In camera da letto invece era posta una piccola toilette dotata di catino e brocca smaltati.
Niente impianto sanitario, un vaso da notte era collocato nel “comodino” perchè spostarsi all’esterno per i bisogni, soprattutto durante i freddi inverni non era fattibile. Le latrine erano costruite lontane dalle case ed erano rudimentali casette di legno che nascondevano un semplice buco, ma più frequentemente la latrina corrispondeva con la pila del letame del bestiame.

