


In queste terre la vita contadina si è svolta per millenni in modo praticamente immutato, scandita dalle esigenze della terra e dal susseguirsi delle stagioni.
Gli abitanti di queste zone, affascinanti ma impervie e povere di risorse, si dedicavano principalmente all’agricoltura e alla pastorizia. Erano attività di sussistenza che non garantivano un sostentamento sufficiente per approvvigionamenti esterni. Fino agli anni Cinquanta del secolo scorso, sia gli strumenti di lavoro sia gli utensili della vita quotidiana erano realizzati artigianalmente e tramandati dalla tradizione. Solo successivamente, e in modo molto graduale, la modernizzazione e la meccanizzazione hanno preso piede, sostituendo le attrezzature e trasformando radicalmente il modo di vivere.


Fino a quel momento, il lavoro nei campi, la gestione del bosco, l’allevamento e le attività artigianali ad esse connesse erano svolti manualmente o con l’aiuto degli animali, richiedendo grande impegno e fatica.
L’economia era chiusa: si consumava ciò che si produceva e il legame con gli animali era profondo, poiché fornivano uova, latte, lana, forza lavoro e la poca carne consumata.
Il nostro casolare e i suoi dintorni rappresentano un esempio di questo ciclo produzione-consumo e della stretta simbiosi con gli animali domestici. Di antica costruzione (già identificato nella configurazione attuale nella mappa catastale dell’Archivio di Stato del 1822), al piano terra ospitava un ricovero per animali (da cui il nome “u stalein”), un portico per la legna e gli attrezzi, mentre al primo piano si trovava l’abitazione.


Di fronte ad esso troviamo una fontana/lavatoio e lateralmente una costruzione adibita a forno.
La fontana, che nella sua forma attuale risale agli ’50, era il centro della vita del paese con le donne che vi si radunavano per lavare i panni e con gli animali che, al ritorno dal pascolo, vi si abbeveravano. La forma segnala questa duplice funzione: da un lato presenta una levigata parte inclinata utile alle lavandaie per insaponare e sfregare il bucato e due vasche in modo che una di esse contenesse acqua pulita e potesse essere utilizzata per il risciacquo e, dall’altro, una lunga vasca facilmente accessibile al bestiame. Qui fino al dopoguerra veniva preparata la liscivia: un composto di cenere e acqua bollente utilizzato per sbiancare soprattutto le lenzuola e che è poi stato soppiantato dalle moderne lavatrici.


Il forno rappresentava un elemento essenziale, poiché il pane è sempre stato la base dell’alimentazione contadina. Abbinato al formaggio, era facilmente trasportabile e consumabile anche durante il lavoro nei campi. Quasi ogni famiglia ne possedeva uno, situato direttamente in casa o in una struttura vicina. Le famiglie più povere potevano utilizzare quello dei vicini, grazie a una solidarietà diffusa all’epoca, che permetteva di affrontare le difficoltà economiche (ad esempio, era comune ospitare i viandanti). All’interno del forno si accendeva il fuoco utilizzando i tralci potati dalle numerose vigne circostanti e il fumo veniva convogliato verso l’esterno attraverso l’ampia bocca fino al comignolo. Quando la base, costituita da grandi pietre levigate, e il bordo in mattoni assumevano una colorazione biancastra, il fuoco veniva spento e le braci rimosse. Si procedeva quindi a pulire accuratamente il forno, utilizzando a seconda della stagione un mazzo di sambuco o di elleboro fissato a un lungo bastone chiamato u spasu’. Venivano poi inserite numerose pagnotte sufficienti a garantire il sostentamento della famiglia per diversi giorni. Sotto il tetto si trovava un ampio graticcio di legno che permetteva di sfruttare il calore prodotto per essiccare le castagne. Bazzini è situato a un’altitudine di poco inferiore ai 600 metri, un ambiente molto favorevole allo sviluppo del castagno, che un tempo circondava il paese (oggi quasi tutte le piante stanno morendo a causa di malattie). Il castagno rappresentava una ricchezza, sia per il legno che se ne ricavava, sia per le castagne, consumate fresche o essiccate. Le castagne essiccate venivano pazientemente private della buccia, duravano a lungo e potevano essere ammorbidite e cotte nel latte, chiamato e berburie. Macinate, fornivano una farina utilizzata per preparare la patona, un alimento fondamentale durante l’inverno, impiegato anche per nutrire i maiali.


